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Se ti stai chiedendo se il canto è l’attività ideale per tuo figlio, questa è l’intervista giusta per te. Il canto aiuta nello sviluppo generale dell’individuo, in particolare migliora le capacità emotive; la musica diventa educativa come precisa Celestina Maxia, insegnante di canto che da tanti anni si occupa di didattica musicale rivolta ai bambini. Nel coro i bambini imparano la condivisione, lo scambio interpersonale e il confronto. Inoltre Celestina ci svela i segreti delle sue lezioni e ci consiglia attività e giochi musicali per i nostri bambini. Buona lettura!

Quali benefici può apportare il canto nella formazione di un bambino?

La pratica musicale, stimola varie reazioni a livello cerebrale, che semplificando, si traducono nel miglioramento e potenziamento dello sviluppo generale del bambino. Il canto, in particolare, coinvolgendo anche la sfera del linguaggio, è sicuramente di grande aiuto nello sviluppo generale dell’individuo. Con la pratica musicale, si coinvolgono diverse parti del cervello, e laddove le attività sono diversificate in maniera opportuna, attraverso il canto, si migliorano le capacità emotive, per quello che riguarda per esempio il controllo della respirazione, maggiormente evidente se alla pratica del canto è affiancata una pratica strumentale o motoria semplice. Quando poi la pratica musicale è quella di gruppo, che personalmente ritengo ideale per il bambino, oltre ad essere fonte di benessere individuale per l’aspetto conviviale, nello stare insieme attraverso la musica si impara ad uniformarsi a movimenti e regole comuni, a dare il proprio apporto in relazione ad un progetto comune. La musica infatti impone per natura ritmi precisi, e praticata alla lunga, diventa educativa, imponendone il rispetto di questi.

A quanti anni si può cominciare a studiare canto?

Lo studio della musica, inteso come pratica convenzionale e apprendimento di nozioni, sicuramente richiede una maturità cognitiva al pari di qualsiasi altra disciplina. Quello che invece non ha limiti di età, per quello che riguarda il primo approccio, è un percorso formativo che miri allo sviluppo delle capacità percettive. Quando queste sono infatti ben sviluppate, lo studio della disciplina musicale, diventa solo una questione “tecnica”. Il canto è sicuramente il primissimo mezzo con cui ci si deve impratichire, essendo la voce lo “strumento musicale” che l’uomo ha già in sé! L’apprendimento della disciplina “musica”, poi, dipende sicuramente da come viene proposta: deve essere adeguata all’età del bambino, e quindi allo sviluppo intellettuale e fisico.

Quali tipi di attività musicali programmi a seconda della fascia di età dei tuoi allievi?

Le varie età dei miei allievi mi costringono a sperimentare sempre attività diversificate, anche se tante volte l’obiettivo è lo stesso. Le proposte cambiano nella scelta dei testi, e magari nella difficoltà anche in base al livello da cui partono. Penso sempre ad attività che li incuriosiscano, li coinvolgano, o addirittura li divertano. Cerco sempre di non avere punti fissi nelle mie lezioni, ma semmai “spunti fissi”, da sviluppare con loro, nel costruire le lezioni. Non è facile, per me, partire dalla giusta idea, ma una volta trovata, diventa tutto molto stimolante, anche per me.

Come si svolge una tua lezione?

La mia lezione ha diversi momenti e non sempre è uguale, nemmeno nello schema. C’è sempre un punto d’inizio in cui ci salutiamo; poi solitamente lascio a questo momento le attività più impegnative, per cui inserisco una nuova attività, che può essere un nuovo brano o una parte di esso da studiare. Poi passo ad attività più leggere, come un gioco musicale, un canto che a loro piace in modo particolare. Verso la fine della lezione, facciamo un ripasso di canti o attività particolarmente gradite al gruppo. La mia attenzione è che la fine della lezione deve arrivare inaspettata, devo sentirmi dire “abbiamo già finito?”; al contrario mi pongo delle domande se mi chiedono “quando finiamo, che ore sono…” Questo è segno che la lezione non era interessante!

Che benefici ci sono dal punto di vista pedagogico in una lezione corale? E i tuoi allievi come vivono l’esperienza corale?

Come accennavo prima, l’attività di gruppo, quindi anche quella corale, è il punto centrale del mio lavoro. Credo fermamente nel valore del lavoro collettivo, soprattutto per i bambini, dove la condivisione, lo scambio interpersonale, il confronto, sono alla base dello sviluppo individuale. La lezione frontale, ha sicuramente un valore importante per il rapporto con l’insegnante, con il quale si deve instaurare un rapporto più stretto, ma nel gruppo, si impara a stare insieme. Nel Coro, questo aspetto è uguale, ma rafforzato dalla necessità di porre la propria persona al servizio di un risultato ottimale comune. Dico sempre ai miei allievi che loro sono come i mattoni di un muro: dove uno non sta al suo posto, si vede il buco! Nel coro vige anche la regola della compensazione: loro sanno che ognuno di loro deve dare qualcosa, perché chi più chi meno, contribuisce al risultato finale! Spesso nasce e si sviluppa una certa competitività, che io cerco sempre di dirottare verso lo spirito di gruppo in cui ci si aiuta. A volte riesco, a volte no!

Che importanza dai alle rime e alle filastrocche per stimolare la sensibilità musicale nei bambini?

Rime e filastrocche, storie di ogni genere, sono alla base del mio lavoro, soprattutto con i più piccoli, ma fonte sempre utile anche per il lavoro con i più grandi. Il lavoro sulle sillabe, sugli accenti, di cui questo materiale è ricco, offre mille spunti per sviluppi di ogni genere, soprattutto in campo ritmico. E dove non trovo materiale pronto, cerco di produrlo da me, o con la collaborazione dei miei allievi.

Quali giochi ci consigli per incentivare i bambini all’ascolto dell’ambiente circostante e per insegnare loro a distinguere i suoni dai rumori?

La differenza tra suono e rumore, è un argomento controverso, che io evito, di solito nelle mie lezioni. C’è un coinvolgimento scientifico fisico, nella definizione di questa differenza che è sicuramente oltre che difficile, anche inutile ai fini didattici, pretendere di spiegarlo ai bambini. Spesso il rumore, viene descritto come qualcosa di “spiacevole” all’orecchio, al contrario del suono che non lo è. Ma questo “giudizio” non può essere obiettivo, in quanto non per tutti lo stesso tipo di “evento acustico” può essere spiacevole. Allora, onde evitare di incorrere in questi equivoci, preferisco fare la distinzione dei suoni in altri aspetti, per esempio, forti e deboli, lunghi e corti, acuti e gravi… Parto dall’osservazione di suoni comuni, come i versi degli animali, i suoni intorno all’ambiente… Faccio concentrare l’attenzione sul silenzio, ad esempio: ascolta cosa senti/ cosa di più, cosa di meno/ quale suono si interrompe e quale continua… Da lì a stendere una partitura di quello che si ascolta il passo è breve e lo sviluppo di un simile punto di partenza è infinito. Ci sono tanti giochi che mirano proprio all’esplorazione del mondo sonoro, e partono proprio tutti dall’ascolto e dalla catalogazione.

Qual è stata la più grande soddisfazione nella tua carriera come insegnante di canto?

La mia più grande soddisfazione a livello professionale come maestra di coro… non saprei… Dovrei pensare a momenti pieni di emozione nel corso dei miei quasi trent’anni di attività! Mi sono commossa tante volte durante le performance dei vari gruppi con i quali ho collaborato. Potrei elencarne tante e cambiare idea, sull’attribuzione del podio, tante volte. Forse mi fermerei sicuramente alla più recente, quella che mi ha dato enorme soddisfazione, è stato il risultato ottenuto nel 2019, quando con il coro ci siamo esibiti a Disneyland Paris. E’ stata una soddisfazione a 360 gradi, in quanto era coinvolta l’intera sfera personale che mi riguarda: quella professionale, quella emotiva e affettiva. Era infatti per me importante esibirmi su un palco Internazionale con il mio coro, dopo aver superato i provini, ma era importante farlo lì, in un posto che amo in modo speciale; era bello esserci con la mia famiglia, mia figlia sul palco con me ed ero felice di aver convinto le famiglie dei mie allievi a fare questa esperienza con me: avevo un desiderio profondo di condividere dal vivo con i miei bimbi, la bellezza magica di un luogo così perfetto per loro, dopo aver raccontato tante volte dei miei precedenti viaggi lì. Avevo promesso più volte “ un giorno vi ci porto…”. E al rientro, ho potuto affermare la mia felicità di averlo realizzato nel migliore dei modi, in quanto arricchita, anche dal meraviglioso legame umano che si è creato in quei quattro giorni, con le famiglie. La musica ci ha dato questa opportunità, e io attribuisco alla mia fortuna di aver scelto questa strada, diventata una professione, in modo quasi ignaro, visto che la scelsi per pura passione.


Celestina Maxia, ha studiato Organo e Composizione Organistica presso il Conservatorio di Cagliari. Dopo alcuni anni di attività come organista e insegnante di pianoforte, ha rivolto i suoi interessi verso la didattica vocale e la direzione di coro, specializzandosi in queste discipline con diversi affermati insegnanti. Diplomatasi nel 2003 in Didattica della Musica sempre presso lo stesso Conservatorio di Cagliari, ha intanto diretto alcuni cori sia di adulti che di bambini, in ambito privato e scolastico. Attualmente, oltre essere direttrice artistica e docente dell’Associazione Laetemur Musica, svolge attività didattica come insegnante di pianoforte per bambini e realizza progetti di propedeutica musicale presso le scuole, dedicandosi continuamente alla ricerca in campo didattico e producendo composizioni corali di vario utilizzo. A questo proposito nel 2014 è stata pubblicata la sua composizione “Matrimonio” (su testo di Gianni Rodari), nella raccolta “Giro Giro Canto”, che comprende le migliori composizioni contemporanee italiane per coro di voci bianche.

Ringrazio Celestina Maxia per aver risposto alle mie domande. Se vuoi contattarla per chiederle informazioni sulla sua scuola di canto:

Celestina Maxia
tel.3470656640
e.mail cele.max@tiscali.it
www.laetemurmusica.altervista.org

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Mio figlio è dislessico?

Perché oggi ci sono così tanti bambini dislessici? Si può guarire dalla dislessia?

Dopo una breve introduzione sul tema, risponderò in modo pratico a queste domande ricorrenti.

Una decina di anni fa la parola dislessia era pressoché sconosciuta. Al giorno d’oggi invece non si fa altro che parlare di dislessia, se non anche di discalculia, disgrafia e disortografia. Come docente lavoro ogni giorno con ragazzi che si trovano in questa condizione e percepisco il loro disorientamento e soprattutto quello dei genitori nei confronti di tali disturbi.

La dislessia è il più diffuso tra i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e riguarda la lettura.

La sua diffusione crea molta confusione nei genitori che apprendono informazioni qua e là ma non conoscono esattamente il disturbo. Inoltre questi genitori non capiscono se i propri figli possano essere davvero dislessici e ogni giorno si fanno mille domande sul disturbo, dandosi a volte anche delle risposte sbagliate.

Domande frequenti che i genitori mi rivolgono sulla dislessia:

1 Perché oggi ci sono così tanti bambini dislessici? C’è un’epidemia?

La dislessia non rappresenta un disturbo nuovo e non c’è neppure un’epidemia di bambini dislessici semplicemente perché non è contagiosa! La dislessia esisteva anche in passato ma non veniva riconosciuta. Questo perché prima non erano stati fatti studi sul disturbo, per cui non c’erano le conoscenze in materia che invece ci sono oggi. Attualmente ci sono molti bambini dislessici perché il disturbo viene finalmente diagnosticato.

2 Già dalla prima elementare mi posso accorgere se mio figlio è dislessico?

Il disturbo non viene diagnosticato prima della fine della seconda classe della scuola primaria. Prima di questo periodo si possono notare delle avvisaglie (esempio: il bambino confonde alcune lettere mentre sta leggendo) ma non è possibile da parte degli esperti affermare con certezza la presenza del disturbo.

3 Si può guarire dalla dislessia?

A volte è capitato che qualche genitore mi raccontasse che alcuni bambini da grandi fossero guariti. Non è possibile! Dalla dislessia non si guarisce ma con l’andare del tempo si può migliorare. Quindi una persona dislessica sarà tale per tutta la vita, ma non è un dramma! Il fatto che non si guarisca da questa condizione non significa che l’individuo non possa trascorrere una vita normale, infatti risulta compromessa soltanto l’abilità della lettura e non altri tipi di abilità. Le persone dislessiche possono lavorare e ottenere anche ottimi risultati nell’ambito lavorativo. Sapevi che la scrittrice Agatha Christie era dislessica? E dell’attore Dustin Hoffman sapevi delle sue difficoltà? Anche lo scienziato Einstein, i pianisti Mozart e Beethoven, l’artista Walt Disney erano dislessici. Potrei farti un elenco lunghissimo di persone che seppur dislessiche sono riuscite a realizzarsi nella loro professione.

4 Mio figlio mi ha raccontato che i compagni con DSA fanno pochi compiti per casa, usano la calcolatrice… quindi i bambini dislessici sono avvantaggiati rispetto al resto della classe?

I bambini dislessici per legge hanno diritto a misure dispensative e strumenti compensativi (legge 170/10), quindi non partono avvantaggiati, partono semplicemente allo stesso livello dei compagni. Un supporto importante per l’apprendimento è rappresentato dalle mappe concettuali che gli studenti dislessici possono imparare a predisporre e consultare poi durante le verifiche.

E tu hai ancora qualche dubbio? Vorresti pormi delle domande?

Luogo nuovo, persone nuove, giochi e giocattoli nuovi. Che
evento eccezionale dovrà attraversare tuo figlio! L’inserimento
all’asilo è l’incubo di molti genitori.

Insieme analizzeremo alcuni aspetti da considerare prima di
effettuare l’inserimento al nido.

Aspetti da tenere conto prima di iniziare l’inserimento all’asilo:

1 I primi giorni passerai molto tempo all’asilo con tuo figlio.

La prima settimana di inizio anno scolastico fai in modo di
liberarti dagli impegni (soprattutto lavorativi) per affrontare
l’inserimento in maniera serena senza altri pensieri per la testa.

I primi giorni potrai giocare con tuo figlio al nido, osservare le
educatrici e gli altri bambini in modo da rassicurarti tu per prima.
È normale provare un pochino di ansia e paura, dopotutto stai
affidando tuo figlio a persone estranee e lo stai portando in un
ambiente sconosciuto.

Vivendo parte del tempo con queste persone e muovendoti nel
nuovo ambiente scoprirai che queste angosce spariranno
velocemente perché dopo qualche giorno tutto ti sembrerà più
familiare.

2 Il bambino ha bisogno dei suoi tempi per ambientarsi.

Evita di paragonare tuo figlio agli altri bambini. Sicuramente avrai
un’amica che ti avrà raccontato dell’inserimento velocissimo e
senza traumi di suo figlio!

Ti ricordo che non tutti i bambini sono uguali e che non tutti
reagiscono allo stesso modo. Alcuni non hanno problemi ad
inserirsi, altri necessitano di tempi più lunghi.

Perciò non abbatterti e non scoraggiarti se tuo figlio vive il tuo
distacco in maniera traumatica. Prima o poi si abituerà al nuovo
ambiente! È solo questione di tempo.

3 L’inserimento deve avvenire gradualmente.

Non avere fretta! L’inserimento all’asilo non può concludersi in
una giornata. Deve essere graduale e avvenire giorno per giorno in
modo tale che il bambino si possa abituare al nuovo ambiente.

Con il passare del tempo il bambino aumenterà la sua permanenza
al nido e tu comincerai ad andare via sempre prima. Tutto avverrà
in maniera naturale, senza forzature.

4 L’atteggiamento del genitore è fondamentale.

Il genitore dovrà tranquillizzare il bambino e stimolarlo nei
confronti delle novità. Se il bambino percepisce la tua insicurezza
e la tua preoccupazione non puoi pretendere che stia sereno e che
non pianga quando andrai via.
Dovrai invece trasmettergli positività e sicurezza. So che è
difficile, ma provaci!

5 Al nido lavorano figure professionali.

Ti ricordo che al nido troverai delle figure professionali che si
occuperanno di tuo figlio. Le educatrici hanno studiato e fatto
pratica per poter fare questo mestiere.
Affidati a loro, chiedi consigli, esprimi i tuoi dubbi e le tue
preoccupazioni. Prova ad avere fiducia nel personale e nella
struttura educativa che hai scelto.

Per un approfondimento ti consiglio di leggere un altro mio
articolo: come affrontare la separazione del bambino dalla madre.

 

 

bambine-giocano-puzzle

Il gioco del puzzle può essere un primo passo per aiutare il bambino ad affrontare attività impegnative e
scolastiche come gli esercizi di matematica. Oltre alle importanti motivazioni, in questo articolo elenco le
fasi tipiche del gioco da insegnare ai più piccoli.
Secondo uno studio dell’Università di Chicago  i bambini che giocano con i puzzle in età
prescolastica avranno più successo nelle materie scientifiche. Infatti il gioco del puzzle favorisce il
ragionamento, migliora la capacità logica e di intuizione e insegna le procedure per poter affrontare i
compiti.

Come tutti i compiti complessi anche il gioco del puzzle può essere scomposto in varie fasi:

1.Definizione dell’attività

L’adulto può mostrare al bambino come affrontare compiti difficili seguendo delle istruzioni. Egli
può agire e nel frattempo dire ad alta voce ciò che farà per completare il puzzle: “Lo scopo del
gioco è quello di riunire tutti i pezzi per ottenere l’immagine raffigurata sulla scatola.”

2.Capacità attentiva

L’adulto può continuare: “Ecco, starò attento nella scelta dei pezzi. Farò prima la cornice e poi
procederò con gli altri pezzi. Sceglierò quelli che hanno tonalità di colore simile, dopo aver
sistemato i pezzi in modo visibile sul tavolo.”

3.Provare e riprovare

L’adulto continua con il suo dialogo interiore: “Forse questo pezzo si assembla meglio con
quest’altro. Invece questo pezzo è sbagliato, proverò di nuovo.”

4.Concludere

“Ecco, sto finendo il puzzle nel modo giusto, mancano pochi pezzi.”
Molti bambini tendono a scoraggiarsi di fronte ad attività e compiti scolastici che richiedono impegno. Il
risultato è il più delle volte la resa e la rinuncia.

 

Ottenere buoni risultati nel gioco del puzzle aumenta la stima di sé. Questo gioco prevede che si debba
provare e riprovare per trovare i pezzi giusti che si incastrano. Incastrare i pezzi, montare e smontare è
un’attività utile per migliorare la capacità logica rappresentata dalla sequenza delle azioni compiute. È un
gioco di pazienza che si conclude soltanto insistendo. Insegna ai bambini che nella scuola e nella vita è
giusto provare e buttarsi nei compiti anche se non si è sicuri di raggiungere un buon risultato. Come altri
compiti complessi, anche gli esercizi di matematica sono spesso difficili, ma il bambino deve essere
consapevole che è meglio impegnarsi e non scoraggiarsi alla prima difficoltà.

 

Immagine per gentile concessione di Stefania Scano.

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nonni, nipoti

“I giocattoli più semplici, quelli che anche il bambino più piccolo riesce ad usare, vengono chiamati nonni.” (Sam Levenson)

Chi sono i nonni? Se ci chiedessero di disegnare un nonno noi faremmo il ritratto di una persona anziana, con i capelli bianchi, con le rughe, con il bastone, insomma priva di forze.
Invece i nonni di oggi non sono così, sono giovanili e attivi. Di solito lavorano, viaggiano, praticano qualche sport, vanno a cena fuori e incontrano amici. Se non sono andati ancora in pensione dispongono di poco tempo, ma il tempo per i nipoti lo trovano sempre.

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benefici animali bambini

Un cane in casa? “Assolutamente sì, non potrei vivere senza!”, “Non ho tempo ma mi
piacerebbe”… Sono tante le risposte che si possono sentire, di sicuro se chiedessimo ai bambini
tutti direbbero: sìììì! Una cosa ancora più certa sono gli innumerevoli benefici che i cani hanno sui
bambini. In molte famiglie gli animali domestici vengono considerati come dei componenti a tutti
gli effetti. Continua a leggere

mamma-che-sgrida-bambina

Crescere ed educare i figli è una cosa bellissima, a mio parere la più bella, ma non è proprio un lavoro
facile. Di solito si consigliano i comportamenti da tenere o gli atteggiamenti da avere per raggiungere un
obiettivo, invece in questo articolo ho voluto enfatizzare gli sbagli che puoi commettere nella lunga ma bella
strada che percorri con tuo figlio.

Di seguito ti elenco 4 errori comuni che compiono i genitori nell’educare i figli.

1 Usare la violenza fisica

Chi sa risolvere i conflitti in maniera pacifica non ha bisogno di ricorrere alla violenza. Si può evitare la
violenza litigando bene in famiglia e insegnando come si fa ai propri figli.
La parola violenza sembra ormai una parola obsoleta e superata se pensiamo che tempi addietro i genitori
utilizzavano molto spesso le mani per educare i propri figli e questo era culturalmente approvato. Oggi la
maggior parte dei genitori evita di educare i propri figli con la violenza ma nell’opinione comune sembra
che ogni tanto sia concesso utilizzarla. Quando parlo con le mamme sento spesso dire “a volte scappa la
sculacciata”, “qualche ceffone ci vuole per rimettere in riga mio figlio”. Ritengo che anche un solo ceffone
o una sculacciata sia dannosa per i bambini perché la violenza è distruttiva non solo per chi la riceve, ma
anche per chi la attua e soprattutto è deleteria perché danneggia la relazione tra i due. La violenza subita
durante l’infanzia si ripercuote sulla condotta che si adotta da adulti, infatti solitamente un bambino che è
stato vittima di violenza sarà un adulto aggressivo. Inoltre bisogna considerare che la violenza fisica
praticata frequentemente e in modo intenso è da considerarsi un reato.

2 Fare del bambino un tuo progetto

Sono convinta che i genitori dovrebbero assecondare il più delle volte i desideri e le scelte dei figli. Il
bambino ha una personalità diversa da quella del genitore. Perché il genitore a volte pretende che i figli
seguano la strada che lui ha progettato? Molto spesso si agisce per egoismo, perché il genitore vorrebbe
realizzare attraverso il figlio i propri sogni che sono rimasti chiusi in un cassetto. I due esempi più comuni sono quelli relativi al rendimento scolastico e allo sport. Il genitore vorrebbe che il figlio possedesse le
caratteristiche positive che lui non ha mai avuto eccellendo in tutte le materie scolastiche o distinguendosi
nello sport. Ci sono addirittura genitori che obbligano i propri figli a scegliere lo sport che loro considerano
migliore, soffocando in tal modo i desideri e le preferenze dei figli. I bambini avvertono che i genitori li
vorrebbero diversi da come sono in realtà e questo provoca non solo una delusione da parte dei genitori
ma anche un dolore per i figli. I genitori devono accettare che ognuno deve vivere la propria vita, deve
fare le proprie esperienze e a volte anche i propri errori.

3 Considerare tuo figlio un principe

Molti genitori esagerano nell’offrire al bambino più di quanto abbia bisogno in termini materiali. I bambini
di oggi hanno il superfluo e il genitore ha l’impressione di fare sempre poco per accontentare le richieste
impossibili del figlio. Per essere felici i bambini non hanno bisogno di continui regali da parte dei genitori
ma necessitano di affetto e presenze.
È vero che i bambini devono essere protetti ma devono anche essere abituati a cavarsela da soli. Esistono
genitori che vestono o imboccano i propri figli fino a sette-otto anni credendo di fare del bene perché i figli
secondo loro sono da assistere in tutto e per tutto. Sostituirsi al bambino invece non stimola l’autonomia. I bambini già dai quattro anni riescono a mangiare da soli, a tagliare qualche cibo, a vestirsi, lavarsi le mani
e altro ancora.
Inoltre bisogna educare i figli alla collaborazione domestica coinvolgendoli nei lavori quotidiani. I bambini
si sentono utili quando possono sbrigare piccole faccende domestiche, sta a noi genitori renderlo per loro
un gioco. I bambini amano apparecchiare la tavola, spolverare, lavare frutta e verdura, stendere i panni.

4 Rimproverare anziché dialogare

Il rimprovero è un metodo educativo molto utilizzato dai genitori, però di solito non porta ai risultati
sperati, anzi ne peggiora il comportamento. Rimproverando e attaccando la persona e non il
comportamento, si arresta la comunicazione tra gli interlocutori. Invece, per stimolare i bambini al dialogo li si deve coinvolgere, quando è possibile, nelle discussioni e nelle decisioni familiari. Ovviamente si deve
evitare di coinvolgere i bambini in argomenti troppo delicati che non sono in grado di capire o di affrontare
per la loro età. Il dialogo e l’ascolto attivo fanno sì che il bambino si senta preso sul serio dai genitori.

Tutti i genitori prima o poi sbagliano qualcosa nella relazione con il proprio figlio ma tutti sbagliano con
amore, perché credono che sia giusto agire in quel modo.
Non possiamo essere genitori perfetti ma possiamo essere genitori migliori e consapevoli degli errori che abbiamo fatto.

 

Immagine per gentile concessione di Stefania Scano.

 

 

adolescenti-cyberbullismo

La tematica del bullismo mi affascina da tempo e da circa due anni sto studiando il fenomeno. Per incrementare le mie conoscenze in questo ambito, ho deciso di partecipare alla presentazione del progetto #safeteensdothewriting che si occupa nello specifico di cyberbullismo e che mi è subito parso molto interessante. In questo articolo riporto e commento le caratteristiche che più mi hanno colpito, per esempio il fatto che gli studenti saranno parte attiva del progetto e l’utilissima attivazione di un numero al quale poter rivolgersi in caso di bisogno e direttamente gestito da una psicologa. Continua a leggere

Bambino-gioco-puzzle

Il puzzle è un gioco classico che può essere un primo passo per aiutare il bambino a sviluppare un
pensiero scientifico e ad affrontare attività impegnative e scolastiche come gli esercizi di
matematica. Secondo uno studio dell’Università di Chicago i bambini che giocano con i puzzle in
età prescolastica avranno più successo nelle materie scientifiche. Infatti il gioco del puzzle favorisce
il ragionamento, migliora la capacità logica e di intuizione e insegna le procedure per poter
affrontare i compiti. Secondo questo studio giocare o non giocare con i puzzle sarebbe un predittore
del futuro successo scolastico dei bambini. I voti nelle materie scientifiche dei bambini che hanno
passato tanto tempo ad incastrare tessere saranno tendenzialmente più alti dei bambini che invece
non hanno giocato con i puzzle. Continua a leggere

bambina-guarda-la-tv

Quante volte hai sentito pareri negativi sulla televisione sia da altri genitori, insegnanti ed
educatori? Sicuramente tante volte! Infatti è opinione comune che la TV sia un mezzo di
comunicazione dannoso per i minori.
Difficilmente la TV viene apprezzata e ritenuta positiva per quanto riguarda l’educazione dei
bambini. Ma davvero la televisione fa male ai minori? Se viene utilizzata in modo corretto e critico
può essere per il bambino un mezzo educativo e didattico da aggiungere ad altre attività culturali
considerate eccellenti come il libro, la musica e il teatro.

Di seguito analizzo alcuni miti da sfatare sulla televisione

Mito 1: La TV trasmette solo contenuti violenti.

I bambini sono spesso vittime di visioni di programmi con scene di violenza presentate con
particolari scioccanti. Un esempio è il telegiornale e molti film che trasmettono scene crude e
violente. È facile incappare in scene violente se si lascia al bambino la possibilità di cambiare
canale a suo piacimento. Si deve sottolineare che non tutti i programmi trasmettono contenuti
violenti e che le forme di violenza non sono tutte uguali e pericolose per il bambino allo stesso
modo.

Mito 2: La TV utilizza un linguaggio troppo povero e semplice.

Bisogna ammettere che il linguaggio orale usato in televisione è sicuramente meno complesso ed
elaborato di quello utilizzato nei libri. Alcuni studi hanno dimostrato che il linguaggio può
svilupparsi anche attraverso programmi televisivi studiati appositamente per bambini di una
determinata fascia d’età. Questi programmi sono quelli che favoriscono le interazioni verbali, che si
rivolgono direttamente al bambino e quest’ultimo è invogliato a rispondere a delle domande.

Mito 3: Tutta la TV è diseducativa e dannosa per il bambino.

È vero che molti programmi televisivi appartengono alla TV spazzatura, ma non bisogna fare di
tutta l’erba un fascio. Infatti esistono programmi didattici che trasmettono messaggi positivi per i
bambini e che favoriscono l’identificazione con i personaggi buoni, che promuovono valori e
comportamenti come la generosità, l’altruismo e la cooperazione. Ci sono tanti programmi e cartoni
animati educativi di alta qualità progettati e realizzati ad hoc per bambini. Il genitore ha il compito
di selezionare criticamente ciò che i bambini andranno a vedere, in quanto i piccoli assorbono sia i
messaggi negativi che quelli positivi.

Mito 4: La TV rende i minori asociali.

È sbagliato lasciare il bambino completamente solo davanti alla TV limitando così le possibilità di
interazione sociale. Invece, guardare la TV con altre persone favorisce la socializzazione. Infatti i
bambini che guardano insieme un film o un programma televisivo hanno la possibilità di discutere,
scambiare pareri e commentare ciò che si è appena visto.
La TV può quindi anche rappresentare un supporto didattico e uno svago per il bambino, a
condizione che non sia considerato come unico passatempo e che il piccolo abbia delle alternative
per trascorrere il tempo libero. Inoltre per essere considerato un mezzo di comunicazione positivo
per il bambino, gli adulti hanno la responsabilità di vigilare e fare da mediatore fra i messaggi che
invia la TV e il minore.

 

Cosa pensi della televisione odierna? Hai qualche mito da aggiungere alla lista?

 

Immagine per gentile concessione di Stefania Scano.